di Antonio Di Tomaso

Appena rientrato da un mondiale. Da vincitore, certamente.

Dopo il Maracanã e Germania – Argentina, dove gli italiani si chiamavano Rizzoli, Faverani e Stefani, quest’anno il mondiale è quello di Beach Soccer e in finale c’è sempre l’Italia. In un modo o nell’altro: DSC00991con la casacca azzurra degli eroi di Berlino, con quella rossa (di Rizzoli & co in Brasile), con quella giallo fluo di Gionni Matticoli, quarant’anni compiuti a gennaio, infermiere per professione, arbitro per passione e che arriva da Isernia, una delle tre sezioni della regione Molise.

Con Gionni mi concedo il piacere di una lunga intervista: sembra sorpreso quando gli mostro il microfono portatile e gli dico che registrerò tutto. In realtà la sorpresa dura poco perché Gionni è un fiume di racconti. Racconti che farebbero sognare chiunque a occhi aperti, su quelle spiagge da sogno, dalla costa italiana al Portogallo, passando per Tahiti, perla oceanica, parecchie miglia a est dell’Australia e, tanto per immaginare, appena varcata la linea internazionale del cambio di data.

Il beach soccer è così, uno sport estivo: mare, sole, spiagge, gente in festa, vacanza, relax. Per chi assiste, certamente, poiché lo spettacolo è garantito da giocate stellari, colpi di classe. Spettacolo appunto. Le gare sono dinamiche. C’è poco tempo per parlare, recriminare: si deve pensare solo a giocare. E a far divertire gli altri.

Ma la nostra storia comincia dal 1995 quando…

«Giusto vent’anni fa, giugno 1995, diventai arbitro e infermiere. Vista l’età (20 anni, ndr) ho potuto arbitrare fino all’eccellenza anche perché ero il più anzianotto del gruppo. Siccome avevo la possibilità di approdare alle categorie nazionali, sono passato al calcio a 5. Dopo qualche anno in regione sono arrivato in Serie B. Due anni dopo, sia per problemi personali ma, soprattutto, perché mi mancava il calcio a 11 sono tornato in regione. Ho continuato ad arbitrare l’eccellenza, la promozione e anche il calcio a 5. Poi, superati i limiti d’età anche per arbitrare in regione, ero impegnato il sabato nel calcio a 5 e, di domenica, facevo l’assistente. Sicuramente il ruolo d’assistente mi ha aiutato a conoscere il beach soccer».

Alla mia faccia perplessa Gionni continua:

«Che c’entra, mi chiederai? Mi è capitato di essere designato spesso con Gianluca Castaldi, arbitro della sezione di Termoli: lui, da qualche anno, era nell’organico del beach soccer, una disciplina neonata in Italia ma anche a livello internazionale tanto che la FIFA ha “preso” il beach solo dieci anni fa. Mi incuriosiva, me ne parlava troppo bene. Siccome ci fu il raduno del beach soccer in Molise partecipai e fui preso. Esordii a Vasto in un torneo. Non esisteva una vera e propria commissione del beach soccer all’epoca poi, grazie a Marcello Nicchi, fu costituita la commissione della CAN BS».

 

Subito viene spontaneo chiedere a Gionni quale sia stata la prima partita “importante” da lui arbitrata:

«Catanzaro – Milano. Prima finale scudetto. Nel 2010. Avevo fatto bene in quel torneo. Soprattutto nei quarti di finale. In realtà i “papabili” erano altri ma, ironia della sorte, erano proprio un lombardo e un calabrese. E in finale ci finii io con un abruzzese. La gara andò bene e la commissione iniziò a darmi fiducia e nel 2011 arbitrai la finale di supercoppa».

Inizia il 2012 e la FIFA nomina i nuovi internazionali del beach soccer. Arriva la patch con su scritto Beach Soccer Referee:

«Pisacreta mi ha consegnato la patch al corso di qualificazione. Nel mio primo anno da internazionale ebbi la mia unica esperienza proprio in Italia a Terracina con uno Spagna – Portogallo».

Il Portogallo sembra proprio che ti porti fortuna:

«Sì, il Portogallo sembra portare fortuna. Ricorrerà spesso».

Siamo quindi a un passo da Tahiti 2013, cosa succede?

«Io non ero stato convocato alle qualificazioni per Tahiti ma partecipai alla Euro Winners Cup (la “Champions” del Beach Soccer, ndr); il designatore della FIFA venne a guardare tutta la competizione e io arbitrai la mia prima finale internazionale con un collega spagnolo. Quella gara mi ha aperto le porte per Tahiti. Alla coppa del mondo eravamo ventiquattro arbitri, di cui otto europei e arbitrai la finale per il terzo e quarto posto alla mia prima esperienza mondiale. Ovviamente, quella gara mi ha permesso di guadagnare stima e fiducia da parte della commissione FIFA, tant’è che nel 2014 ho diretto la finale dell’europeo in Spagna».

Poi, nel 2015, accade davvero di tutto. Ma, in particolare, sei volato alla volta di Espinho in Portogallo per il mondiale:

«Inutile dirti l’emozione e la carica che avevo per questa nuova avventura. Facevamo delle vere e proprie riunioni tecniche ogni mattina. Noi arbitri siamo arrivati in Portogallo la settimana antecedente all’evento e, nei nostri meeting, la FIFA cercava di uniformare il nostro operato: dal metro di giudizio da applicare alla gestualità. In particolare, quest’anno ci chiedevano di fischiare solo ciò che era evidente agli occhi di tutti. Poi, iniziato il mondiale analizzavamo, sempre nelle riunioni mattutine, le gare del giorno prima e, inevitabilmente, si decideva anche chi fra noi sarebbe restato e chi, invece, sarebbe tornato a casa. In particolare una mia decisione in Iran – Brasile mi ha messo davvero in bilico. Era una presunta condotta gravemente sleale che io non ho interpretato come tale e, pertanto, ho ammonito il colpevole. Per me “live” era tutto chiarissimo. Poi, rivedendo le immagini, qualche dubbio mi è salito. Nel meeting del giorno dopo abbiamo analizzato l’episodio: la commissione ha condiviso la mia decisione e… Sono restato!».

Allora, l’avventura continua:

«Dopo la fase a gironi, mi aspettavo un quarto per poi poter ambire alle finali. Il quarto, però, non è arrivato. E quella è stata una settimana durissima dal punto di vista psicologico. Dopo il quarto che non è arrivato non sapevo se sperare in una semifinale o rimandare ancora e pensare alla finale. Ovviamente, dipendevo dall’Italia in semifinale che, certamente, era una candidata alla vittoria finale. Non sapevo, però, che se la tua nazionale è in semifinale ti è preclusa anche l’altra semifinale. Per cui: o ero a casa o ero in finale».

L’Italia, però esce con Tahiti e in modo anche inaspettato:

«Ho visto la semifinale dell’Italia in tribuna e quando, a due minuti dalla fine era sotto di due goal, ho cominciato a coltivare segretamente il sogno della finale». Poi l’Italia ha pareggiato. «È stata dura. Sono dovuto andare via dallo stadio per la tensione».

L’Italia perde ai rigori: è fatta.

«Sì, ero certamente fra i favoriti ma ancora non era fatta».

Cosa accade, quindi?

«A differenza delle altre gare, la sera si decise, dopo cena, di fare la riunione nella quale sarebbe stata svelata la quaterna finalista. Tanta tensione. Poi il fatto di avere il Portogallo in finale e Tahiti (colonia francese, ndr) mi faceva pensare alla difficoltà di designare un arbitro europeo per la gara. Erano i miei pensieri che si rincorrevano in attesa di un momento importantissimo. Prima designarono il terzo e quarto posto. Eravamo in sedici alla riunione. Si designava prima la riserva, poi il crono, poi il terzo, poi il secondo, poi il primo… L’attesa era spasmodica! Finita la designazione per il terzo e quarto posto, dentro di me sapevo che era fatta. E il momento più lungo è stato dopo la lettura del terzo della finale per il primo e secondo posto. Il nome seguente era il mio. Ero in finale».

A questo punto chiami, sicuramente…

«Sì, mia moglie Daniela».

E allora io mi ricollego perché per te il 2015 per te è stato da incorniciare: come regalo dei tuoi quarant’anni (festeggiati a gennaio) hai avuto Simone, nato a marzo. Poi avrai lasciato Simone alle cure di Daniela perché, da maggio in poi, succede di tutto nella tua carriera arbitrale: Euro Winners Cup a Catania, finale terzo e quarto posto; poi hai partecipato a un vero e proprio evento storico quali i primi Giochi Europei a Baku, in Azerbaijan, e hai diretto la finale per il terzo e quarto posto fra Portogallo (che davvero ti porta fortuna) e Svizzera:

«Già, l’esperienza di Baku in particolare è indimenticabile. Il villaggio olimpico, gli atleti, la città. Tutto stupendo».

 

Torni in Italia, manco il tempo di dare un bacio a Simone e l’AIA ti conferisce…

«Il premio Presidenza AIA» come miglior arbitro nazionale in attività. Quindi, sei finito prima anche di Rizzoli (Gionni si concede una risata):

«A proposito di Rizzoli, certamente la sua telefonata a poche ore dalla finale mi ha dato una carica in più. Anche lui ha vissuto le stesse emozioni e mi ha promesso un brindisi con lui una volta tornato».

 

Speriamo che invece che andare tu da lui, venga lui a trovare te qui a Isernia:

«La promessa c’è! Speriamo. Poi, ho ricevuto telefonate da Marcello Nicchi, Pisacreta, Erio Iori e da tutto il Comitato Nazionale».

Ci stiamo quindi immergendo nella finale. Domenica 19 luglio 2015.

«Sì, la notte prima della gara ho ripercorso tutto il mio passato arbitrale e, sinceramente, ho dormito poco. Noi avevamo l’hotel di fronte allo stadio. La mattina, alle sei, ero già sveglio e, affacciandomi al balcone, ho visto che c’era già una lunga fila di persone in attesa di entrare allo stadio, anzi, “Beach Arena”. Poi, il Portogallo era in finale e quindi c’era il tutto esaurito. La gara era nel tardo pomeriggio e la temperatura era piacevole anche perché Espinho è sull’oceano. Prima di andare abbiamo fatto un piccolo breafing con la commissione che ci ha motivato a dovere; nel pomeriggio ho riposato e ho dovuto spegnere il telefono». Ci credo, ti saranno arrivati migliaia di messaggi e avresti perso la concentrazione: «Sì. Mi tenevo in contatto con il nostro presidente, Domenico De Falco, che, alle due e mezza, mi ha detto in dialetto isernino: «Mo’ stuta ru telefon’» (ora spegni il telefono, ndr). Dopo il riposo siamo andati al campo con Marco Vaccari, il nostro preparatore atletico che, tra l’altro, è un ex olimpionico nell’atletica. Poi abbiamo dovuto apprendere bene il protocollo della FIFA per i motivi televisivi. Erano sottili su qualsiasi dettaglio: dal riconoscimento alle pubblicità. Si badava a tutto. Poi il riscaldamento, controllo dei microfoni…».

Poi, sull’inno della FIFA entrano in campo le bandiere e…

«E poi entriamo noi con il pallone. Inni, foto con i capitani, foto di squadra, controllo reti, sorteggio».

Cosa vi siete detti via radio prima del calcio d’inizio?

«Il mio collega spagnolo, Ruben Eiriz, non ama parlare molto in radio. Abbiamo parlato veramente poco».

E se non sbaglio, a questo punto, fischi l’avvio della gara:

«Sì, fischio l’inizio e segna subito il Portogallo. Anche se la gara era subito indirizzata per i lusitani, a un minuto dalla fine della partita il risultato era ancora in bilico (3-4 per il Portogallo, ndr). Non ci sono stati casi particolari, forse un goal-non goal ma eravamo sulla linea di porta e quindi la decisione è stata certa e sicura».

 

Poi la sirena, il triplice fischio:

«La partita è andata alla grande. C’è stato un forte abbraccio con Ruben che è stato l’esempio da seguire per tutto il mondiale. Tra l’altro, questa finale era la sua ultima partita nel beach soccer».

Tanti applausi da parte di tutti:

«Sì, nessuna contestazione. Il responsabile della FIFA si è complimentato con tutti. Qualche giocatore che gioca in Italia si è complimentato con noi. Anche Massimo Busacca, responsabile FIFA, ci ha fatto giungere i suoi complimenti. Mi ha chiamato l’intera commissione del beach soccer: Michele Conti, Alessandra Agosto e Gennaro Leone che, sin dal principio, hanno creduto in me; la sera, poi, abbiamo festeggiato a lungo».

Ancora una volta, non fai in tempo ad atterrare a Fiumicino che devi andare a Lignano Sabbiadoro per arbitrare le finali del campionato italiano:

«Quest’anno il campionato è stato un po’ spezzettato perché interrotto dai Giochi Europei e dal mondiale».

Diciamo la verità: cambia avere nel curriculum una finale di coppa del mondo.

«Sì, assolutamente. È normale che la tua credibilità aumenti dopo una finale al mondiale. Non mi aspettavo questa finale scudetto anche perché l’avevo fatta nel 2010 ma è stata la meravigliosa fine di una stagione da incorniciare».

“Fine” direi proprio di no perché, se non sbaglio, sei volato alla volta di Parnu, in Estonia, il 20 agosto per…

«Hai ragione, non è ancora finita: ci sono state le finali del campionato europeo. L’anno scorso ho avuto il piacere di arbitrare la finale tra Spagna e Russia e quest’anno la Final Promotion tra Estonia e Romania ».

A questo punto ti mancano solo le Olimpiadi e a Rio 2016 manca oramai meno di un anno: «Purtroppo, l’anno prossimo il beach soccer sarà solo uno sport dimostrativo alle Olimpiadi di Rio. Questo perché per diventare disciplina olimpica, uno sport deve essere praticato sia da uomini, sia da donne. In Italia c’è un campionato femminile ma non è così a livello mondiale».

Prossimo mondiale?

«Alle Bahamas. Fra due anni. Sarebbe il mio sogno chiudere lì la mia carriera da arbitro di beach soccer».

(Intervista completa. Stralcio sulla rivista “L’Arbitro” – 04/2015)


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